28/06/2015

Eva Perón, una mostra fotografica

La locandina della Mostra su Evita

Le Ambasciate argentine presso la Santa Sede e in Italia organizzano a Roma una commemorazione che ripercorre la storia di scontri e incontri (anche con la fede) di «Evita»

Giuseppe Brienza
Roma

 

L’ambasciatore della Repubblica Argentina presso la Santa Sede Eduardo Félix Valdés e l’ambasciatore della Repubblica Argentina in Italia Torcuato Di Tella hanno inaugurato l’11 giugno scorso la mostra fotografica «Eva Perón in immagini», dedicata a Eva Marìa Duarte (1919-1952), moglie dal 1945 di Juan Domingo Perón (1895-1974) e «anima sociale» del regime Justicialista argentino. La Mostra, che si protrarrà a Roma fino al 9 luglio, è allestita a piazza dell’Esquilino 2, offrendo un ulteriore contributo al nostro Paese per la conoscenza e rivalutazione della figura di «Evita».

La Mostra ripercorre la memoria del passato di Eva Perón, dalla triste infanzia di figlia illegittima che la condusse, peraltro, una volta divenuta la «First Lady» argentina, a promuovere la prima legge che portò oltre al voto alle donne anche il riconoscimento della paternità per i figli concepiti al di fuori del matrimonio. Si passa poi all’epopea di attrice a Buenos Aires, moglie del generale Perón, donna di potere e di lotta, per terminare quindi con gli ultimi drammatici anni della malattia, che la sconfisse a soli 33 anni portandola anche alla dolorosa scelta di diventare «cristiana senza Chiesa».

Giovane, bellissima e venuta dal nulla, Evita era nata il 7 maggio 1919 in una piccola colonia agricola, La Uniòn, figlia illegittima di padre e, divenuta «First Lady del Peronismo», si votò a un’intensissima attività pubblica, in patria e all’estero, sconvolgendo sensibilità e prassi consolidate nell’establishment.

Non si era mai vista in Argentina una donna, di appena 26 anni, che si interessa di politica, che parla in termini semplici di problemi fino allora riservati a uomini anziani, a volte spocchiosi, quasi sempre incomprensibili.

Per quasi tre mesi, durante l’estate del 1947, Evita fu in visita diplomatica anche in diversi paesi europei, riscuotendo un enorme successo popolare in particolare in Spagna, Italia e Francia. Fu anche a Roma, dove il 27 giugno 1947 è ricevuta da Pio XII anche perché il marito, nei primi due anni di presidenza argentina, aveva raccolto svariate benemerenze agli occhi della Santa Sede. Stava infatti valorizzando la classe operaia argentina mettendola così al riparo dall’attrattiva del comunismo, aveva poi riportato la religione nelle scuole statali dalle quali la precedente oligarchia liberale l’aveva scacciata e, infine, stava adempiendo bene nel dopoguerra ai suoi doveri di statista cattolico accogliendo il gran numero di profughi che in Europa versavano in condizioni disperate.

Durante la sua udienza a Evita, parlando in perfetto spagnolo, Papa Pacelli si soffermò in lodi per l’opera sociale di Perón e le attività d’assistenza in favore delle categorie meno abbienti. Ricordò, inoltre, l’aiuto dato da Buenos Aires ai paesi devastati dalla guerra, e la generosa disponibilità del Paese sudamericano dimostrata in particolare verso l’Italia.

Diversamente da quanto è solitamente «tramandato», anche nel popolare film «Evita» di Alan Parker, l’udienza papale fu tutt’altro che un insuccesso. Il Pontefice si intrattenne trenta minuti con l’ospite e le fece dono di un rosario montato in oro e di una medaglia: «In Vaticano tutto traspira santità», sarà il commento di Evita in una lettera a Perón (cit. in «La ragione della mia vita. Evita racconta se stessa», Editori Riuniti, Roma 1996).

Andrebbe anche confutata la rappresentazione, spesso collegata alla tesi dell’insuccesso dell’udienza papale, di un supposto cerimoniale «in tono minore» riservato dalla Sede apostolica alla First Lady del Peronismo. Infatti, nella cronaca dell’udienza uscita nei giorni successivi su La Civiltà Cattolica, le cui bozze erano come noto sottoposte personalmente a Pio XII prima di essere pubblicate, Evita, secondo la rivista dei Gesuiti, fu «[...] accolta in Vaticano con gli onori dovuti al suo grado» («Cronaca contemporanea» 26 giugno - 9 luglio 1947. I. Santa Sede, in La Civiltà Cattolica, quaderno n. 2330, Roma 12 luglio 1947, p. 174).

Un contributo per la rivalutazione della figura di Evita, anche dal punto di vista dell’impegno per la promozione femminile, è giunto in Italia con la recente pubblicazione di alcuni suoi testi, raccolti sotto il titolo «La donna può e deve votare», finora inediti in italiano e diffusi solo in ciclostile nel 1947, in occasione della sua visita a Roma (cfr. «Evita Perón, populismo al femminile», «Invito alla lettura» di Carlo Sburlati, «Pagine», Roma 2012, pp. 96).

 «Fedelissima negli affetti e nelle amicizie finché rimanevano tali, Eva Perón era capace di odiare immensamente per quanto sapesse bene – e ne soffrisse – che l’odio contrastava irrimediabilmente con il suo cristianesimo istintivo, selvaggio, ribelle, a volte quasi blasfemo eppure sincero e profondissimo. […] Con la premonizione dei santi, il nunzio apostolico a Parigi Angelo Roncalli le aveva scritto: “Signora, prosegua nella lotta per i poveri, ma sappia che quando questa lotta si comincia sul serio, termina sulla croce”». È quanto ha scritto lo storico Franco Cardini nella sua prefazione al libro di Abel Posse, «La passione secondo Eva», dedicato al «martirio» della malattia che portò giovanissima alla morte Evita (Vallecchi, Firenze 2012, pp. 316, €18,00).

(da “Vatican Insider”)

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