25/03/2016

Il Getsemani di Charles Péguy

Nel Getsemani, il piccolo podere sul Monte degli Olivi fuori delle mura orientali di Gerusalemme dove fu arrestato Gesù, accadde un evento “troppo umano” che al tempo stesso coinvolse fortemente il divino. La gran folla che giunse con spade e bastoni, il tradimento di Giuda, la fuga dei discepoli sono episodi ben noti di quella notte che seguì l'ultima cena del Signore; tuttavia, rileggendo il testo evangelico si è colpiti dall'angoscia e dallo smarrimento del Cristo.

Come un uomo qualunque avvertì angosce e dubbi, ebbe paura, implorò Dio pur essendo pronto al sacrificio: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Matteo, 26,39). Poi tutto precipitò.
Tornando con il pensiero in quel podere, o giardino che dir si voglia, sia il credente che l'agnostico si commuovono vedendo Gesù in difficoltà; si prova un sussulto al cuore sentendolo proferire parole sulla debolezza della carne; la tristezza non lo risparmia, sconta quello che tutti noi conosciamo nei momenti tragici. Nel Getsemani c'è un uomo che ci assomiglia. Ci si dimentica, seguendo i fatti, chi è.

Charles Péguy, in un momento di profonda depressione, dopo aver ripreso in mano il Vangelo di Matteo, mentre è tormentato dall'amore per una giovane insegnante d'inglese, più o meno nella primavera del 1910 entra nel Giardino degli Ulivi con Gesù. Certo. Lo fa con i pensieri e le passioni, ma sente nella carne l'esperienza dell'”Incurabile nulla” che il Cristo prende su di sé. Nasce così “Getsemani” (esce da Castelvecchi con la presentazione di Jean Bastaire, pp. 64, euro 9), un testo che in uno straordinario crescendo, articolato in quattro tappe, evoca la Passione di Cristo, soffermandosi sul “midollo del dolore”.
I percorsi di Peguy coinvolgono. Dio ha deciso in questo singolare modo e dall'eternità il Padre e il Figlio, nell'amore che li unisce, hanno tracciato la via dolorosa della Redenzione: per annientare il peccato non c'era altra via che “svuotare” Dio stesso (così recita il termine greco “kenosis” usato da Paolo nella “Lettera ai Filippesi”). E Dio si fa uomo proprio per questo, morire per divorare la morte. E' questa la Pasqua. Tuttavia il Figlio, giunto in quel luogo, non è certo. La carne, anche per Lui, si rivela debole. Tutto, insomma, è pronto ma Dio non lo è.
Peguy rilegge secondo dopo secondo quanto accadde. Con una fede disperatamente vera. O forse umana. Come lo fu quella notte un uomo chiamato Gesù


di

25 marzo 2016

Da "IL SOLE 24 ORE"

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