Francesco, Péguy e lo stupore di Dio

29/09/2017
Nell’udienza generale dedicata alla speranza il Papa parla anche del poeta francese che ci ha «lasciato pagine stupende» sulla seconda virtù teologale. Lo stesso che già un secolo fa aveva descritto le due «bande di chierici» ( i «clericali-clericali» e i «clericali anti-clericali») tra cui occorre destreggiarsi anche oggi, nella Chiesa e nel mondo

Charles Péguy

Pubblicato il 27/09/2017
Ultima modifica il 27/09/2017 alle ore 21:36
gianni valente
roma

Il poeta francese Charles Péguy «ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza». Lo ha detto Papa Francesco durante l’udienza generale di oggi, continuando il ciclo di riflessioni dedicato alla seconda virtù teologalePéguy – ha ricordato il Vescovo di Roma, (citando l’opera “Il portico del mistero della seconda virtù”) - «dice che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: “Che quei poveri figli – scrive – vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina».  

 

L’immagine del poeta, ha aggiunto il Papa, richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo – contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore – che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza». 

 

L’irruzione di Péguy nelle riflessioni di Papa Francesco è come un lampo di luce, anche nelle deprimenti cronache ecclesiastiche di questi giorni. Dio – dice Péguy – si stupisce dei cuori degli uomini che sperano semplicemente perché sono il segno che la grazia entrata nel mondo con Cristo «ha una forza incredibile», e mantiene viva la speranza come una fiammella «vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti, ansiosa al minimo soffio». Péguy descrive la speranza come una «bambina da nulla», che avanza «tra le sue sorelle più grandi» - le altre virtù teologali della fede e della carità - «e non la si nota neanche», perduta «tra le gonne delle sue sorelle». Ma in realtà, «è lei che fa camminare le altre due, e le tira, e fa camminare tutti quanti. Perché non si lavora mai per altro che per i bambini».  

 

Così, usando l’immagine della “bambina” speranza, il poeta francese intuisce e ripropone nei nostri tempi incristiani (i primi «dopo Gesù, senza Gesù») che in ogni tempo e in ogni situazione la speranza cristiana può rifiorire e ripartire solo se Cristo stesso compie un nuovo gesto di grazia, adesso, manifestando ora la sua presenza operante. «La fede», scrive Péguy, «è una cattedrale radicata sul suolo di Francia. La carità è un ospedale, un ricovero che raccoglie tutte le miserie del mondo. Ma senza speranza, tutto questo non sarebbe che un cimitero»

 

Venti secoli di cristianità, di dottrina di santità, di teologia sarebbero cose morte e passate, senza una nuova azione della grazia del Risorto. Apparentemente inerme come un germoglio che fiorisce alla fine dell’inverno. «Senza questo germogliare della fine d’aprile», dice Dio stesso nell’opera di Péguy, «senza quell’unico piccolo germogliare della speranza, che evidentemente chiunque può spezzare… tutta la mia creazione non sarebbe che del legno morto (...). Quando vedete tanta rudezza, la piccola gemma tenera non sembra proprio nulla… Eppure è da lì che invece tutto viene». Tutto il cristianesimo può diventare un passato morto, pretesto e strumento di ricatti e lotte di potere, se sul tronco indurito della storia cristiana non fiorisce un nuovo germoglio, se un gesto nuovo del Signore non suscita oggi la speranza, come accadde per i primi pescatori che lo incontrarono sul lago di Galilea. 

 

Destreggiarsi tra le due bande di “clericali” 

Nel martellio cadenzato dei suoi scritti, «l’inclassificabile Péguy» (come lo ha definito il cardinale Roger Etchegaray) ha raccontato già un secolo fa che a contrastare il dinamismo di grazia e di salvezza dell’avvenimento cristiano non sono i peccati degli uomini, che anzi fanno parte dello stesso «meccanismo», ma le operazioni di negazione e snaturamento messe in atto da due «bande» di clericali. «Noi – ha scritto il poeta francese nella sua opera Véronique, uscita postuma - ci muoviamo continuamente tra due chierici, ci destreggiamo tra due bande di chierici; i chierici laici e i chierici ecclesiastici; i chierici clericali anticlericali, e i chierici clericali clericali»I primi – spiega Péguy - negano l’eterno del temporale, che vogliono disfare, smontare l’eterno del temporale, quello che sta dentro il temporale». Mentre i chierici ecclesiastici «negano il temporale dell’eterno», vogliono «disfare, smontare il temporale dell’eterno, quello che sta dentro l’eterno. E gli uni e gli altri non sono affatto cristiani, perché la tecnica stessa del cristianesimo, la tecnica e il meccanismo della sua mistica, della mistica cristiana è questa; è il coinvolgimento di un pezzo di meccanismo nell’altro; è un incastro di due pezzi, quel coinvolgimento speciale, mutuo, unico, reciproco, indefettibile, non smontabile; dell’uno nell’altro e dell’altro nell’uno; del temporale nell’eterno, e (ma soprattutto, cosa più spesso negata e che è in effetti la più meravigliosa), dell’eterno nel temporale». 

 

All’inizio del secolo scorso, Péguy intuiva che tra i «clericali laici» - cioè i materialisti - e i «clericali clericali» - gli idealisti, gli spiritualisti, quelli che esaltano il ruolo della religione – i più pericolosi erano i secondi. Perché i primi negavano. I secondi snaturavano. Le bande clericali che oggi si spartiscono la scena a colpi di dossier e petizioni, e trasformano in campo di battaglia anche la sequela del Successore di Pietro, non hanno nemmeno la tragica grandezza delle consorterie operanti al tempo di Péguy. Ma condividono con esse la spinta a togliere di mezzo «il mistero e l’operare della grazia» dalle dinamiche ecclesiali. Così, perfino i formulari sulla «Chiesa in uscita» diventano obiettivi strategici da realizzare con uno sforzo e un progetto di riforma funzionale, e non rivolgono a Cristo stesso la preghiera di far “uscire” la Chiesa da se stessa e dalle sue pretese di auto-sufficienza. 

 

Anche per i clericali odierni di ogni risma, vale quello che Péguy descriveva riguardo al “partito dei devoti” dei suoi tempi, preso a «contrastare sempre l’operare della grazia», a «calpestare i giardini della grazia» con una brutalità terrificante: «Ancora una volta la grazia opererà. Ancora una volta sta già operando, amico mio. Ha operato. E ancora una volta i chierici crederanno che abbia lavorato unicamente per loro, faranno come se lei avesse lavorato, dovesse lavorare unicamente per loro». Perché credono che «Dio è il loro procuratore e basta. È occupato soltanto a cercare clienti per loro, a torchiare, a reclutare per loro. Si occupa solo di questo. È il loro sergente reclutatore». 

 

Da "La Stampa"

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